Me lo ricordo, era settembre. Sì, settembre come quella canzone di Cristina Donà, e anche tu me lo dicevi che era tempo di imparare a guardare la bellezza e la verità ripulire il pensiero e dominare il fuoco e rinunciare al veleno e ascoltare. Ho guardato e ascoltato e ripulito il pensiero. Senza più quella paura di attraversare il dolore, pur nella bellezza stessa (che è dalla bellezza che scaturisce, talvolta) La Bellezza, sì. E verità, soprattutto. La verità è che per anni ho coltivato e combattuto quella idea di anima gemella. Quella assoluta, totale. Quella fatale, che solo vive per il naturale compimento. Quella che si fonde e illumina e riflette e squarcia e sprofonda senza paura nelle zone più offuscate, quelle remote dell’anima. Quella sempre e comunque dà vita. Non ci siamo incastrati, lo so, e questa è un’altra storia. La verità è che ancora ci credo. Con tutta me stessa. Ancora, nonostante tutto. No, sul serio: certe convinzioni assolute che fai crescere in grembo poi te le porti ovunque, travaglio senza parto, e alla fine prendono strane forme. Sono in te, ci restano perché sono radicate laggiù in fondo, aggrappate come zecche nel profondo più nero del nero. Edith Templeton la definiva la scodella d’acqua*.

To fathom Hell or soar angelic

Just take a pinch of psychedelic”.

Ti chini appena in avanti a raccogliere il flacone scivolato via chissà come dalle mani. La strada, attenta alla strada. Non correre, è tardi, fai presto, ti aspetto, è festa, che bello!

Rialzi lo sguardo verso la strada. Orologio. Specchietto. Strada. Flacone. Eat me - drink me. Pillola blu o pillola rossa? Troppo distratta lungo il tragitto, sviti il tappo e fai cadere qualche pillola sul palmo della mano. Chissà qual era il colore giusto.

Rosso, semaforo rosso. Ferma. Orologio. Specchietto. Strada. Flacone. La capsula scivola via veloce e la frase che si rinnova a intermittenza nella mente batte sulle tempie e in mezzo al petto: vegliate fanciulle, che non vi è dato sapere né il giorno né l’ora ma voi attendete fiduciose al varco, vergini in trepidante attesa che lo sposo giunga a voi, e riempite le vostre lampade di oli profumati, suvvia, e incensate generosamente le stanze sulle note ossessive provenienti dall'emisfero australe. 

Una voce, oh! diletto. Corri, fai presto. La strada, attenta alla strada, è tardi, non correre, ti aspetto, è festa, che bello! Veloce come le vergini che s’affollano alla finestra - quella voce! - è buio là fuori, le spalle si stagliano contro una luce che scivola via complice e la sua sagoma riempie la scena. Oh!

Eccolo il re. Giunge silente come un respiro a lungo trattenuto che, senza preavviso, fa spalancare la bocca a prendere ossigeno quanto più possibile.

Per un attimo non succede niente. Gli angoli della sua bocca si tendono scoprendo una fessura in quella massa ordinata di denti sfolgoranti. Il sorriso schizza fuori dalla scena come un bottone di una gonna troppo stretta e quello sguardo che sai ti abbaglia e ti investe quando ancora sei lontana ed ecco che prende forma e meraviglia e scivola tra le pieghe degli abiti e dei disegni sparsi sulla pelle. Affondi il viso e ri-perdi fiato e mangiami! e bevimi! Le guance scoperte si fanno rosso vivo e pure tu sei rossa e-v-viva!

(sempre sia lodato, il re!)

E via, via tutto quel candore, via pure la retina del velo nero e via, via quel bel pensiero evanescente e inconsistente che ri-pRende forma tra solchi scuri di due palpebre spalancate perse in quella perfetta visione a colori. 

Senza peso, fluttui. Come fossi una bambola ruoti la testa, da una parte all'altra, i capelli oscillano in modo ossessivo e regolare come un turibolo davanti all'altare, ti incurvi, ti inarchi, vacilli, barcolli fino a perdere l’equilibrio, il senso della misura, il senso del pudore, il senso del dovere, il senso di colpa. I sensi, tutti.

La scena si apre con una bambolina leggera - la chiameremo numero Sessantuno - che passeggia lungo corso Garibaldi. Con quell'aria vagamente persa e gli occhi che brillano, numero Sessantuno cammina avanti e indietro cercando di concentrarsi su qualcosa, una qualsiasi, che non siano le lancette di un orologio che peraltro, oggi ha dimenticato a casa. C’è il sole e c’è il vento, e sente le guance che iniziano a pizzicare. Numero sessantuno tiene il telefono nella tasca della giacca, che c’è traffico e la gente in macchina crea incessanti e nevrotiche rapsodie con quei dannati clacson e chissà se così riuscirà mai a sentirla la suoneria, sia mai. Vibra la tasca, vibra il palmo della mano, vibra la vena che porta sangue al cervello: è il signor Acido.

Tutto si compie, laddove nulla si fa per impedirlo.

Vai qualche giorno fa, con i due che sfogliano il catalogo “profumi&balocchi” senza troppo entusiasmo, tra partite di calcio poco entusiasmanti e discussioni politiche chiassose e ridondanti. Questo sì, quello no. Sì no no no no, chissà. Acido e Sessantuno si parlano. Sessantuno che la sera abbassa il volume del televisore per non sentire, e si gira continuamente verso lo schermo muto per guardare. Non ascolta e guarda le immagini che si muovono veloci. Così apre una pagina in rete, e poi un’altra per distrarsi, ma vede la prima che lampeggia e ammicca e si ferma a fissarla. Non legge e guarda immagini e parole che sfarfallano come luci a neon. Guarda con quella svogliata noncuranza di chi passeggia annoiato e guarda vetrine di negozi di cui non ricorda il nome. Guarda annoiata altri, che annoiati vedono lei, annoiata, che guarda loro mentre guardano lei in un rimando infinito di immagini vuote. Sessantuno è fuori dalle scene da un tempo che ora le pare infinito. Innaturale. Sessantuno pensa che avrebbe bisogno di molta pratica, che dovrebbe impegnarsi di più, che dovrebbe fare un po’ la brava bimba carina e lasciarsi andare. Certo che invece si annoia da morire a guardare queste vetrine virtuali, si annoia a restarsene in vetrina in attesa di un non ben precisato coupe de theatre. Che diventi un bel film. Che la salvi da tutte le storie del suo passato.

Il giorno rivela al giorno il Caso. La notte mostra alla notte il capriccio.

 E' con un bacio che mi risveglia, pesante e fragile. Io dormo ormai da mille anni, tra paure e gioiose allucinazioni vestite di miraggi, e ancora non apro gli occhi.

Non so dove mi trovo oggi e neppure chi sono. Apri la finestra, fa' entrare poca luce, e io mi lamento. Bella addormentata intorpidita, in questo involucro sintetico che mi somiglia in modo impressionante, vesto sorrisi nuovi a camuffare vecchie storie già sentite. Da uno sbadiglio distratto si aprono delle sottili lacerazioni, così sottili che non si vedono, ma lasciano scivolare parole e immagini a lungo celate in uno sguardo impenetrabile.

Ricordi? giravi intorno a me come un fuso paziente, avvolgevi fili e parole rotonde, avviluppati in un moto perpetuo, noi, dipendenti l'uno dall'altra. Riflessa nel tuo sguardo vedevo solo la bellezza di una poesia ossessiva e ammaliatrice farsi danza, continua incessante ripetitiva compulsiva fino a diventare vertigine. In preda a una sorta di consapevole allucinazione un giorno hai detto vola(o almeno così mi era parso). Senza sapere dove andare ho aperto le braccia e mi sono lanciata in cielo (bella la sensazione del vento addosso) ho accumulato parole e fatti e sensazioni. Alcune le ho conservate come reliquie velenose da ostentare, di tanto in tanto, quando la pelle sembra abbastanza resistente e allora incidi quasi distrattamente, con quel fuso. Quel tanto che basta per far penetrare di nuovo qualche goccia dell'agognato veleno. Solo un poco, sentirlo intossicare appena, sentire ancora le vertigini e poi la nausea. Il panico preannunciato da gustare quasi immediatamente. A scoprirmi avida. (Lo faccio da così tanto ormai che è diventato un automatismo) Fiera della mia tossicodipendenza, abbandono ogni responsabilità e mi lascio condurre verso destinazioni che non conosco. Non mi interessa scoprirlo, preferisco stordirmi come se fosse vita e restare ferma qui. In attesa. C'è sempre qualcuno disposto a indicare la strada, anche quando non sa di che diavolo stai parlando e non ha idea di dove tu voglia andare, ma tanto da qualche parte ti porterà, tutt'al più ci sarà qualcun altro poi, a dare nuove indicazioni.