*Crash. Boom. Bang.

[*memorie della Bovisa. un anno dopo]

E quando l’evento, il grosso cambiamento nella tua vita, è semplicemente una presa di coscienza, non è strano? Non c’è assolutamente nulla di diverso, tranne il fatto che vedi le cose in un altro modo e di conseguenza sei meno impaurita e meno ansiosa e nel complesso più forte: non è sorprendente che una cosa completamente invisibile nella tua testa possa sembrarti più vera di qualunque altra cosa tu abbia mai provato prima?”. (Jonathan Franzen)

È così.

E così torni indietro. Vai al giorno in cui hai smesso di seguire le istruzioni alla lettera di un catalogo esistenziale che fa assemblare pezzi che non si assemblano per niente. Cose a caso. Di certo non sembrano le tue. Che quando arrivi alla pagina tale ti viene il sospetto che abbiano sbagliato destinatario e cominci prendere consapevolezza che sei fuori-sync. Una cosa in serie, doppiata male. Allora cerchi cose. Nuove. Corsi, master, piani B, vie di fuga. Via, via da questa vita fuori-forma che sembra la tua e invece no. Perché va bene adattamenti e sceneggiature, ma io mica voglio fare l’attrice, da grande. A quella pagina devi fare qualche cosa. Devi fare quella cosa. Sprofondata sotto la tua pelle la senti che freme dentro, si tende, e tu ti guardi intorno e non sai che fare, così, come se la gente intorno se ne rendesse conto e ti guardasse come uno strano freak che si trasforma in un qualche cosa e resta a guardare stranita per scoprire cosa. O forse no. Mica c’ha tutto questo buon tempo, la gente. Al massimo ti passa accanto e ti guarda strano. Probabilmente nemmeno si accorge di te. Sei invisibile. Va, passa oltre e tu te ne resti lì, spettatore unico di una schizofrenica scena madre di cui sei il protagonista. Per un po’ ti ci abitui a questa sensazione. Che è anche fisica e ti sta travolgendo. Anche se sembra tutto uguale, intorno. Chiudi il catalogo, quello sbagliato.

Alle cose bisogna andarci incontro. Forte. Finanche a sbatterci. Non è così semplice alzarsi in piedi, in mezzo a tutti queste facce belle e giovani. Cazzo se son giovani. Tanto giovani. E tu sei lì a muso duro, con il cuore che ti scoppia per la contentezza e le gambe che un poco tremano perché qualcosa dentro di te ti dice che-cazzo-stai-facendo.

Ma tu niente. Ti alzi e nemmeno riesci a tossire per schiarirti la voce (che non esce, maledetta) preghi che in quel preciso istante scatti l’allarme antincendio o passi un jet supersonico a spaccare a tutti il timpano. Qualcosa, insomma, che sovrasti la tua voce. Ma solo per un attimo, solo perché devi dire chi cosa come perché è non è poi tanto chiaro nemmeno a te.  

Allora va ben. Come in un centro di recupero, facciamolo. Principessa-silente-zero-iniziativa-tua-sorella. Tzè. Ciaosonovalentinavengodaveronahoquarantaanniscrivocoseedagrandevogliofareilcopy. I’m a absolute beginner, but I’m absolute (in)sane. Non c’è bisogno di qualcuno che ti affibbi un nuovo nome, improvvisi un passato mainstream e s’inventi per te un futuro senza connessioni. Se vuoi, puoi farlo da sola. Altroché.

E chissenefrega se c’è chi continua a guardarti come se fossi una pazza squilibrata che saltella allegramente sul ciglio del precipizio. Vai avanti. Che alle cose bisogna andarci incontro.

Poi capita che te lo chiedi, sì, dov’è che sei stata negli ultimi dieci anni. Voglio dire. La laurea in lettere fuoricorso. Ok. Però già lavoravi in pubblicità. Dall’ultimo piano ti affacciavi su parco Sempione. Sì, ok. E poi?

Poi c’è come un corto circuito spazio/tempo forse sei stata rapita dagli alieni. Che quelli poi si sa che ti resettano la memoria quando ti rispediscono a casa. Gli alieni, ecco. E un matrimonio. Poi un trasloco. E un altro. E lavori stonati con solidi contratti a tempo indeterminato. Così solidi che ti sei spaccata la testa fino a che non hai sentito il sangue colare dal naso. Che scena edificante. E che gran bel casino hai fatto, nel frattempo. Parecchio. Sempre colpa degli alieni.

E tutte quelle keywords, e poi case, e poi unguenti vegetali miracolosi in non-luogo con le luci a neon e l’aria viziata. Straziata. E minotauri, gazze ladre, re e pirati. Casini. Alieni. Rimozione. B o o m. Punto, a capo.

E i corsi, ricorsi, i fiumi di parole e le campane che suonano a festa e sono-fiero-di-te, e tienimi, un momento soltanto che mi sento le ali addosso ma ho paura che non so volare. E corri, cadi, sbatti, ti rialzi e corri. Incespichi. Cadi. E chissenefrega. Bisogna saperli portare bene, i lividi.

Vai a un pomeriggio d’estate, all’ultimo piano. E facciamo un gioco e chiudi gli occhi e gira, gira gira. La senti come gira la testa? L’ebbrezza e la risata e sbaaam. La tua faccia sulla ringhiera e quei tuoi dentini che saltano. Boom: diastema dimezzato in un attimo.

Ri-apri gli occhi.

Cosa farai da grande?

Un nanosecondo per capire quella era la domanda giusta. Quasi due mesi a sillabare-scrivere-cancellare-scrivere di nuovo come un mantra maledetto la stessa identica risposta.

Torna indietro a quel giorno di maggio. A quel Think as Bill, nella testa. Al balletto delle belle-intenzioni e alle due righe scritte, miserrime, prive di pathos e tensione narrativa. Torna a quel 17 giugno.

Vai alla Bovisa profetica, alla miniera e al suo eroico condottiero – rabdomante e Mosè insieme – che scopre sorgenti e apre passaggi sorprendenti e vai, vai, chissenefrega se non dormi, bevi caffè e Redbull e poi il giorno dopo in negozio a lavorare con gli occhi crepati, le rughe e un bel sorriso sulla faccia. Il senso del dovere. Il senso del distacco. Il senso di straniamento. Come se giorno dopo giorno si staccasse un lembo di pelle, e iniziasse la muta. Personalissima. Cammini e perdi i pezzi, quelli vecchi. Si crepa la superficie delle cose e ti senti in espansione. Bang.  

A me le emozioni paralizzano, fuori. Dentro mi si scatena l’inferno. Anche adesso, questa è la verità. Lava e cemento. Gioia e tormento.

Che se ti fai chiamare silente magari qualcuno non ce la fa a leggerti nel pensiero e non lo può sapere cosa significa per te questa cosa (e quell’altra, pure) e allora impari a dirlo. Anche a te stessa.

E come se tutte le scene precedenti si dissolvessero nel qui e ora.

Io.

Fuoritempo. Fuoriluogo. Qui. Ora. Felice.

(la foto è chiaramente di Helmut Newton)