L’etere è finito (silenzio, please)

Andre Kertesz, Distortion

Parlo poco, molto poco. A volte quasi per nulla.
Senza smania di riempire l’aria di parole, ancora parole riprodotte all’infinito, senza punteggiatura, veloci, veloci e gonfie, che rubano persino l’aria.
Non mi spaventa restare in silenzio. E’ respirare, lasciar passare ossigeno, accettare la paura, e guardarla.
Imparare il dolore – l’etere è finito – riconoscerlo  e semplicemente affrontarlo, così com’è.
Brutale e naturale, che lacera e rafforza, abbatte e crea.
Dolore che, poco a poco,  porta alla vita.
E basta parole che creano arabeschi colorati nel vuoto, basta spettacoli circensi itineranti, basta giochi di prestigio, basta abiti-cuciti-addosso-per-ogni-occasione.
Sto morendo e sto nascendo.
Silenzio, please.
Sto morendo e sto nascendo, ed è bello ora sentirti, saperti con me.
Bella questa sensazione addosso, come quando dormiamo l’uno dentro l’altra, a respirarci piano, incollati, a confonderci.
In silenzio.
E sono respiri, e sono sospiri.
Parlano arrivando all’intimo delle cose,  scorrendo su di esse, e il silenzio le accarezza, le percorre, le assorbe senza alcun filtro, senza alcun ostacolo.
C’è silenzio ora, e c’è tutto-quanto-Noi.
Perfetto.
Senza vuoti da riempire, lo respiro, e ci respiro a pieno, a fondo, amore.
Sfuma il dolore e si fa dolce, attesa di averci. Come rinascita.
Mi abbandono.
Mi affido.
Non è tra le labbra, non è solo tra le labbra.
Senza parole.
Unico e molteplice.
Il mio perpetuo,
silente,

Sì.